Coordinamento Contadino Piemontese
… per un'agricoltura contadina, ecologica e solidale
La Pac che vorremmo
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La Pac che vorremmo

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La Commissione europea ha reso note le proposte relative alla Politica agricola comune (Pac) 2014-2020. Grandi cambiamenti? No, purtroppo, secondo il Coordinamento europeo via campesina (Ecvc), la piattaforma di organizzazioni di piccoli e al massimo medi agricoltori dei vari paesi europei, aderente al movimento mondiale La via campesina – in Italia ne fanno parte Associazione rurale italiana-Ari e Associazione italiana per l’agricoltura biologica-Aiab. Se l’Ue vuole conservare un’agricoltura contadina e favorire l’insediamento dei giovani, in un continente che ha perso il 20 per cento delle sue aziende agricole fra il 2003 e il 2010 e mentre infuria la bufera della crisi economico-occupazionale e si aggravano le emergenze ambientali, allora dovrebbe mettere al centro i prezzi agricoli giusti e prospettive di reddito, ma «non sembra che sia così: continua la stessa politica con qualche variazione».
Ecvc ha elaborato proposte precise per la sovranità alimentare: nutrire la popolazione europea invece di dare la priorità alle importazioni ed esportazioni; promuovere agricolture su piccola scala e sostenibili dovunque in Europa; regolamentare la produzione e i mercati, condizione necessaria per avere prezzi giusti e stabili.
Le proposte della Commissione, invece, non prevedono grandi misure in questa direzione. Anche se stabilizzare i mercati è uno dei compiti che il Trattato di Lisbona assegna alla Pac. Ecvc ritiene necessari stocks strategici di cereali a livello europeo ed internazionale, per far fronte a variazioni di rese e per contrastare la speculazione, così diffusa. E poi occorre proibire ogni forma di dumping (esportazione a prezzi inferiori ai costi di produzione, grazie ad aiuti all’esportazione o a pagamenti diretti) e, se necessario, imporre tariffe doganali per impedire importazioni a “basso costo”.
Ecvc smonta l’idea diffusa che i piccoli agricoltori siano degli assistiti. Essi, è vero, rimangono dipendenti dai pagamenti diretti, ma perché i prezzi dei prodotti agricoli sono ridicolmente bassi, ancorati come sono ai prezzi mondiali e non ai costi di produzione europei. Eloquenti le recenti proteste anche in Italia del “movimento dei forconi”. I prezzi infimi sono fra le cause dello sfruttamento della manodopera agricola, in particolare dei migranti, in certe regioni italiane, spagnole, francesi.
Al tempo stesso però il Coordinamento di Via campesina Europa chiede che si dia davvero la priorità a coloro che producono, che i pagamenti diretti e siano «calcolati non sugli ettari ma sugli attivi agricoli, cioè sulle unità umane che effettivamente lavorano nell’azienda (almeno part-time: si parla di “agricoltori pluriattivi” da non penalizzare vista la loro importanza nella produzione alimentare locale e per il mondo rurale). I pagamenti a ettaro sono, in realtà, più un sostegno alla proprietà fondiaria che ai produttori. Favoriscono la concentrazione delle terre». Anche la proposta attuale della Commissione introduce un cambiamento quasi solo simbolico, visto che sottrarrebbe alle aziende più grandi solo l’1,3 per cento dell’insieme dei pagamenti diretti.
Ecvc lamenta anche l’assenza di misure ambiziose nel settore frutta e ortaggi: eppure sono necessarie, per assicurare una produzione sostenibile di prodotti locali e per migliorare l’alimentazione dei cittadini europei. Invece, malgrado i raggruppamenti di produttori possano ricevere un sostegno, questo è poi svilito dalla mancanza di regolazione della produzione e del mercato, mentre il potere rimane alla grande distribuzione e all’agroindustria. E così «le crisi sono ricorrenti e la delocalizzazione continua».

Marinella Correggia

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